R80gs - Owner Club - Le nostre storie - Un tetto di stelle

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Un tetto di stelle

Un tetto di stelle
(Baltit – Hunza Valley- Pakistan 1997)

A una certa ora la città si addormenta ed un pò alla volta i rumori spariscono, finalmente il silenzio prende il sopravvento e solo qualche ubriaco che passa parlando ad alta voce a se stesso o qualche allarme che suona lontano disturbano la notte.
Seduto in terrazza guardo le stelle che sembrano essere testimoni di questa tranquillità. Il silenzio può essere magnifico, quando sono da solo mi sembra di avere un rapporto più profondo sia con la natura che con me stesso, mi guardo dentro più facilmente senza cercare scuse, senza trucchi, senza maschere, riesco a pensare meglio alle mie cose, soprattutto ai problemi, cavolo, quelli non mancano mai.
Meglio che beva un goccetto, non fumo,ma se fumassi ora fumerei.
La bottiglia di prosecco a fianco, vedo le stelle, piccole, luminose ed ancora una volta vengo spinto come in uno scivolo su cui sono andato senza volerlo, ma sul quale non riesco a fermarmi, è lo scivolo dei ricordi che mi porta lontano.
Vedo un’altra terrazza, due sedie, due amici che guardano le stelle, io e Checco, due amici, due fratelli….chi non vorrebbe avere Checco come fratello??? io c’e l’ho da sempre, da quando arrivavo a scuola con il mio Morini 125 e c’era lui, davanti al portone, sciopero, picchetto impenetrabile o se non altro problematico da affrontare, per chiunque, figurarsi per me che non chiedevo altro che avere una scusa per non entrare, Checco mi faceva un cenno inequivocabile e me ne andavo dopo averlo salutato senza scendere dalla moto.

In quegli anni la scuola era politica, era scontro continuo, e Checco era lì, eskimo e capelli lunghi, barba.
Duro ma con un qualcosa di bello negli occhi.
Mi sono sempre chiesto cosa Checco ci trovasse in me, perchè gli fossi simpatico, ma dopo un pò non me lo sono più chiesto, non mi importava, lui e la sua famiglia erano diventati un pò anche miei, mi piacevano e mi piacciono ancora, la Titti poi è come, anzi meglio di una sorella, penso, che culo ho avuto ad incontrarli.
Ritorno in quella terrazza sul tetto piano del piccolissimo \“albergo\” di Baltit nella valle di Hunza, Pakistan occidentale.
Una meravigliosa oasi verde nel deserto di alta montagna del nord ovest, all’interno di una regione cuneo di roccia e ghiaccio tra l’Afghanistan, la Cina e l’India.

Seduti fianco a fianco nel buio più completo, senza parlare, con un pò di cognac nel bicchiere e la testa per aria perchè in quella valle a quasi 3000 metri lontana centinaia di chilometri dalla città più vicina non c’era luce artificiale per cui le stelle sembravano enormi, vicine e tante anzi così numerose che formavano un meraviglioso tetto fatto di stelle.
C’era una atmosfera strana, meravigliosa, eravamo al cospetto di una dimostrazione di così potente bellezza che Il tempo scorreva senza che ce ne accorgessimo, ogni secondo sembrava prezioso, ogni minuto che passava sembrava dovesse allontanarci da quello spettacolo meraviglioso dal quale non volevamo staccarci.
Il viaggio, l’amicizia, la natura e le nostre moto parcheggiate di sotto.
Respiravamo l’odore dolciastro delle albicocche messe a seccare sui tetti che si mescolava al profumo del tabacco delle sigarette di Checco e di un’altro paio di altre persone che come noi erano spettatori non paganti di questo spettacolo della natura in cui era protagonista la luce delle stelle che sembrava pulsare come se ci fosse una lenta intermittenza.
Si vedeva la via lattea, e tutte le costellazioni sembravano come dipinte su un quadro però vivente.
Il rumore del vicino torrente era l’unico elemento di piacevole disturbo di questa atmosfera.
Ricordo che sono andato a dormire malvolentieri, avevo il presentimento che non avremmo più rivisto quello spettacolo che invece, finchè siamo rimasti in quelle valli si perpetuava ogni sera.

Il Pakistan è un gioiello dell’Asia, uno dei paesi più belli del mondo, la natura regna sovrana su tutto, anche sulle opere dell’uomo che con una piena od una frana si porta via con grande facilità ripristinando la gerarchia.
Le montagne dai nomi famosi erano tutte li: Nanga Parbat, Gasherbrum, Rakaposhi, Broad Peak e poi lui, il K2.
Tutte ti guardano dall’alto e ti fanno capire quanto sei piccolo, una sola strada che corre appesa fra dirupi altissimi e lambisce ghiacciai lunghi decine di chilometri, camion stracarichi che avanzano a passo d’uomo fumando un nero che contrasta con la bellezza delle loro variopinte cabine, vere opere d’arte itineranti, carcasse di camion, auto, corriere sparsi sui ripidi versanti ed affioranti a volte dall’Indo.
Luoghi e persone che sembrano estrapolati dai romanzi di Kipling, nascosti (ma non troppo) campi di oppio circondati da piante di maria, ricordo il caldo bestiale di quell’agosto che obbligava a soste continue per bagnarsi sotto le innumerevoli cascatelle lungo la strada, rivedo i Pasthun, alti, con il turbante, il viso affilato, il naso arcigno, barbe lunghe, lo sguardo fiero ed impenetrabile di chi non si è mai piegato, Pashtun, difficile immaginare la loro età, tutti con il fucile sulla spalla, rivedo i ragazzini di un paesino che ridendo ci correvano intorno prendendoci per il culo mentre noi arrancavamo con fatica per salire sul ghiacciaio, risento il rumore dei torrenti che portavano a valle tonnellate di pietre, sassi di tutte le dimensioni che provocavano un frastuono indescrivibile, e noi li, con le nostre moto, come i pastori erano li con i loro cavalli, facevamo fare dei giri ai ragazzini di tutto il paese che aspettavano non in coda il loro turno, alla fine avevamo le moto arancioni e con selle e serbatoi appicicaticci, perchè i ragazzini interrompevano il loro lavoro di schiacciamento (che facevano con i piedi e le mani)delle albicocche delle quali questa oasi in alta montagna era ricca.
Risento le loro grida felici, anch’io ero felice, forse anche la mia moto era felice,montavano in due o tre ed andavamo su e giù per un tratto del sentiero che usciva dal paese.
Penso di non avere mai più rivisto notti con stelle così grandi, come quelle in Pakistan e penso ai ragazzini che ora saranno cresciuti, magari hanno famiglia, dei figli.
Penso,chissà se tornassimo in quel paesino della valle di Hunza loro si ricorderebbero di quella giornata passata a girare per il paese in moto con quei due \“occidentali\”?? la risposta per me è si ma comunque sia ci accoglierebbero, come usanza, con una tazza di thè.

Penso che l’unica cosa che non sarebbe cambiata rispetto alla prima visita è la nostra moto, la nostra gs.
Penso con tristezza che adesso andare li è pericoloso, che peccato.
L’uomo rovina tutto con le sue ideologie, con le sue religioni, i malcelati interessi e impedisce a se stesso di godere delle cose più vere, vivere la natura, incontrarsi, impedisce la possibile amicizia anche tra persone lontane come ideologia o religione, impedisce, con vari mezzi, la comprensione delle differenze che viene solo attraverso la conoscenza reciproca diretta ma senza preconcetti.
Viaggiando volevamo e vogliamo capire,conoscere, vedere, e la moto era ed è un mezzo strepitoso, Volevamo sapere come vivevano, quali erano i loro sogni, mi chiedevo che sogni può avere un ragazzino che lavora 10/12 ore al giorno, che vive a 3000 metri d’inverno in una casupola di fango riscaldata da una stufa che va a sterco secco, cosa pensa un ragazzino che non ha le scarpe vedendo magari canale 5 con la parabola dell’alberghetto di Baltit???
Ho capito nel tempo che sbagliavo perchè non era importante questo, era importante che dentro quella casupola ci fosse ciò che spesso manca anche nelle nostre ricche case, l’ospitalità per chi passa, l’affetto, la complicità la tenerezza, anche in case senza finestre ho visto l’amore, il rispetto.
Viaggiando in Asia ho imparato che sia per il ricco che per il povero la prima cosa è l’ospitalità ed a loro non interessa se sei ricco o famoso, ti chiedono di entrare nella loro casa e prendere una tazza di thè.

Sono uscito dalle loro case ogni volta con qualcosa di più dentro di me, come se fossi andato ad una lezione di vita, assaporando il fatto che viaggiare è la cosa piùbella del mondo se lo fai per capire, per conoscere, e farlo con la moto era ed è come avere un lasciapassare.
Non importa chi fosse : ricco o povero, civili o militari tutti ti fermavano, spinti dalla curiosità forse perchè in quei posti la nostra moto era il mezzo che assomigliava di più al loro cavallo e quindi eravamo senza volerlo compagni le cui vite si sfioravano anche solo per un’attimo, ma quell’attimo, che meraviglia, e che importanza avrebbe avuto per tutto il resto della vita!.
Quanti ricordi anche comici, penso e mi viene da ridere, perchè queste valli sebbene apparentemente inospitali e caratterizzate dal duro vivere quotidiano, sono ricche di ultracentenari e ci hanno raccontato che in una valle vicina richiamati da questo fatto erano andati un gruppo di americani per scoprire il segreto di questa longevità che sembrava derivasse dalla alimentazione (albicocche e derivati) e dalla specificità dei minerali presenti nell’acqua.
Questi americani hanno iniziato a mangiare a nastro albicocche e bere acqua come se fossero a Fiuggi ma nel giro di due o tre giorni sono stati portati tutti in elicottero ad Islamabad con gastroenteriti acute ed affini.
Grande lezione, ho pensato che dei ricchi vadano da delle persone semplici (ed ai loro occhi povere) sperando di imparare a vivere più a lungo.
Bella lezione, con i loro soldi credevano di poter comprare ciò che era il risultato di un modo di vita consolidato da secoli... ma non ci sono riusciti.
Che lezione pensare di poter avere tutto ciò che si vuole con i soldi e capire alla fine che ciò che conta veramente non si compra.
Chissà quanto hanno riso i locali vedendo questo gruppo di persone pallide, con la panza e immagino con la sahariana, correre al cesso tutto il giorno, e magari mentre si godevano la scena, si mangiavano una bella albicocca.
Pensavano di vivere più a lungo copiando un povero, cavolo ma come sono questi Americani ,mi viene in mente Totò che vende la fontana di Trevi.

Guardo le stelle, Ho trovato una cicca,Pippo si è dimenticata il pacchetto di sigarette.
Ne accendo una ed aspiro, guardo ma non mi sembrano però le stesse stelle ed anche se lo sono, non hanno il fascino di quelle che ho dentro i miei ricordi, cavolo, che nostalgia, che voglia di tornare a Baltit, quasi quasi telefono a Checco per dirglielo, per dirgli anche che gli voglio bene, ma mentre seleziono il numero vedo l’ora, le 2 e 45 …cazzo!!!
Se gli telefono mi manda minimo affanculo altro che volersi bene, lo chiamerò stasera è meglio.
Spengo la sigaretta, però non è male, chissà perchè non ho mai fumato in vita mia, ciao Checco buonanotte chissà se ci siederemo ancora insieme a vedere le stelle in un paesino di una valle Pakistana? un pensiero mi attraversa la mente:male che vada fra un pò le vedremo da dietro!
Rido, Albe, sei proprio mona!! a 52 anni spari queste cazzate alle tre di notte, vai a dormire che domani la sveglia è alle 7!!!
Mi dicono che si vede la luce delle stelle già morte ed allora capisco forse perchè mi piace, penso che la luce delle stelle assomigli ai ricordi, che ti catturano con un qualcosa che è passato, che non esiste più ma è sempre luminoso e presente dentro di te quando guardi in alto.
Zio Albe


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