R80gs - Owner Club - Le nostre storie - Renè e la bottiglia

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RENE’ e la bottiglia di prosecco

Una storia di Zio Albe
Come mi dico spesso, forse ci sono troppi ricordi nella mia testa ed anche se non li cerco alcuni riaffiorano più sovente di altri, a volte arrivano di colpo, del tutto inaspettati, a volte sono dolorosi ed a volte mi fanno sorridere, a volte mi immergono nella nostalgia, a volte erano quasi dimenticati e quindi la sorpresa è maggiore, spesso anche un oggetto che è scollegato dal contesto od è apparentemente senza importanza mi riporta ad un momento che invece di importanza ne ha avuta, e molta!!!!

Mi succede soprattutto quando sono da solo, come stasera.
Fuori piove, quest’anno piove spesso, ed in tv fra poco c’è un film che mi piace, meno male penso, perchè ormai la tv fa schifo.
La Grande Fuga è uno dei miei film preferiti ed il pezzo con Steve Mc Queen che scappa in moto è a dir poco strepitoso.
Il telecomando ha la batteria nuova, apro la porta della terrazza così vedo e sento meglio la pioggia cadere.
Il rumore della pioggia per me è come sentire un amico che parla e mi racconta calmo le sue storie, mi fa star meglio.

Approfitto della pubblicità prima del film per farmi un goccetto di vino ed aperto il frigo tiro fuori una bottiglia di prosecco ghiacciato però mentre la stappo il rumore mi apre il pensiero ad un ricordo e mi porta lontano.
Ancora una volta senza volerlo non sono più a casa mia a Padova ma mi trovo con i miei amici sulla strada verso Hassi Messaud nel deserto Algerino.
La bottiglia di prosecco che ho in mano, (oggetto inanimato e di frequente manipolazione) mi riconduce alla storia di un’altra bottiglia di prosecco persa nelle sabbie del deserto che mi ha unito per sempre con una persona meravigliosa.
Di colpo non sento più cadere la pioggia ma sento le voci lontane dei miei compagni di viaggio, rivedo i loro visi, un tramonto infuocato sulle dune, sento il rumore del vento del deserto, il rumore di una bottiglia stappata ed ancora una volta sento quel sapore dolce ed amaro delle cose perse nel tempo.
Correva l’anno 1990 ed un gruppo di ex giovani padovani stava organizzando un viaggio in Algeria che era un cult dei viaggi in moto di allora:l’itinerario era da bave alla bocca:dopo la Tunisia l’Algeria con il mitico Fadnoun (bellissimo altopiano che era una tappa storica della Paris-Dakar e non era asfaltato come oggi), Djanet, oasi al confine della Libia e poi attraverso la pista dei contrabbandieri fino a Tamanrasset, la mitica, il sogno di molti motociclisti di allora.
Invitato da Mario che poi non è venuto sono stato accolto da questo gruppo formato da persone conosciute superficialmente fino ad allora ma con alcune delle quali si è creato poi un bellissimo rapporto che dura ancora oggi.
La sera un paio di volte alla settimana, dopo cena ci trovavamo a casa di Enea e con l’ausilio di un numero di bottiglie di vino sempre in progressivo aumento, parlavamo di tipologia di gomme, serbatoi maggiorati, vaccinazioni e profilassi, ricambi, visti, viveri e programmavamo al millimetro il viaggio anche grazie alla precisione di Checco, ingegnere di chiara valenza organizzativa.
La Michelin 951, vangelo per chi andava in Africa (non esistevano i GPS)cartine militari, guide, libri si accatastavano sul tavolo insieme ai bicchieri ed alle bottiglie.
Il gruppo era molto eterogeneo sia come estrazione politica (qualche anno prima sarebbe stato impossibile riunire le stesse persone) sia come interessi culturali o sportivi ma la moto e questo viaggio univano tutti in un collante formidabile.
Questa coorte era formata da Enea, Checco, Giorgio, Jimmy, Claudio ed io.
Siamo partiti a fine dicembre con le nostre Tenerè, Africa Twin, G/S 80, Honda xlr cariche di tende, sacchi a pelo, viveri, fornelletti, taniche e pentole e con tutto quello che non si vede più sulle moto di oggi che sembrano più preparate per una gara che per un viaggio.
All’imbarco a Livorno il primo confronto con chi, come noi andava in Africa:loro per lo più magri, alcuni con fuoristrada di supporto, colorati con le loro tute moderne da enduro, noi diciamo falsomagri, con le moto cariche come muli, e con le nostre Barbour eravano un contrasto che non è passato inosservato, tanto che un francese ci chiamò Grossi Neri nome che poi è passato alla storia di quel viaggio, sottolineando la nostra stazza ed il colore delle nostre tute.
In nave durante la traversata abbiamo conosciuto diversi personaggi tra i quali una coppia di amici di Treviso (per l’esattezza di Tezze di Piave) che con un R 80 GS quasi nuovo andavano a Tamanrasset.
Uno era Renato, un bel ragazzo, magro, riflessivo, sempre con la cicca in bocca che ci raccontava delle sue esperienze e del suo lavoro come meccanico preparatore di Go-Kart, l’altro era Guido, distillatore di grappe, un suo amico storico che, da passeggero, teneva compagnia al suo amico lungo questo percorso.

Mi sono chiesto che tipo di compagnia fosse considerando che durante la traversata l’avrò sentito dire in tutto una ventina di parole.
Renato invece mi è piaciuto subito perchè al contrario di tanti che ti raccontano delle proprie \“gesta\” enfatizzandole come uniche ed eroiche lui descriveva le sue esperienze per mezzo di aneddoti divertenti e che mettevano in luce una personalità positiva e serena.
Allo sbarco in Tunisia ci siamo persi di vista e pensavo che come successo per molti altri incontri, non ci saremmo più rivisti.
Invece qualche giorno dopo, entrati in Algeria, dopo un centinaio di km eravamo fermi lungo la strada rapiti dalla splendida ed indimenticabile vista di un tramonto rosso fuoco con attorno un panorama fatto solo di dune e sabbia a 360°.
Quello era il vero deserto, visto tante volte in tv, nei filmati, nelle foto, ma ora che eravamo lì era come se non lo avessimo mai visto prima. Il silenzio che si era creato confermava la nostra emozione ed era amplificato dal fruscio della brezza che anticipava la notte.
Dopo un’attimo siamo passati dal silenzio all’entusiasmo per essere li in quel momento: iniziamo a fare foto, darci pacche sulle spalle e fare commenti sull’eccezionalità del luogo quando sentiamo in lontananza il rumore di una moto e man mano che si avvicina riconosciamo prima il rumore del bicilindrico BMW e poi loro, Renato e Guido.

Ci sbracciamo per farci vedere in quanto eravamo un pò usciti dalla strada e loro si fermano contenti di averci trovato e salutandoci come se fossimo amici di lunga data.
Renato scende dalla moto e dice \”bisogna festeiar!!\” ed aprendo una delle borse laterali della GS mette in evidenza quello che a noi sembrava una allucinazione, una cosa impossibile.
In bella vista ma posizionate in modo che non si rompessero c’erano delle bottiglie di prosecco.
Siamo rimasti con la bocca aperta ma subito dopo l’entusiasmo (che non aspettava che qualsiasi pretesto per scoppiare) ha preso il sopravvento.
Il rumore del tappo che partiva di quella prima bottiglia ha dato il via alla festa.
Sembravamo ad un addio al celibato, ad un compleanno, alla fine della naja, sembrava di essere in una osteria veneta ed invece eravamo nel deserto e stavamo festeggiando questo incontro con un epilogo insolito per chi va in moto:aprire una bottiglia di vino.
Non potevo immaginare però che in quel momento stavamo festeggiando anche l’inizio di un splendida amicizia.

Che uno parta con i ricambi per la moto è normale, ma che uno porti il prosecco con la moto nel deserto facendolo diventare una merce rara anzi, rarissima e lo offra a degli sconosciuti da una lettura di se che difficilmente può non essere che positiva.
Quella prima impressione si è rivelata giusta.
Negli anni seguenti e in tutte le avventure passate insieme, Renato anzi Renè si è sempre dimostrato quello che è :un amico prezioso ed affidabile.

Una persona schietta e sincera, dotato di quella calma che rassicura, non lo ho mai visto nervoso e parlo di condizioni particolari, non di situazioni normali.
E' solo nel momento di crisi che si vede il vero carattere di una persona, lontani dalle proprie a volte effimere sicurezze, senza mediazioni, senza possibilità di usare maschere, è in quel momento che si vede la vera personalità.

Ho visto persone che passavano per esperti viaggiatori piangere come vitelli o perdere la testa ma non Renè.
Lui non perde la testa, non si lascia andare a crisi od altro, si ferma, accende una cicca, pensa e poi risolve.
Anche a centinaia di km di distanza dal paese più vicino con moto inservibili per un incidente o per una rottura grave dopo essersi acceso una sigaretta ed ispezionato la moto ti guardava negli occhi e diceva nel suo italo/trevigiano \“desso ea giustemo! \”…….
L’ho visto fare cose che voi umani……..
In Tibet con una moto fuori uso per la rottura di un cuscinetto del forcellone, (l’unico ricambio che non avevamo) l’ho visto ricostruirlo appoggiato ad un gradino di una casa in un paesino in mezzo al nulla mettendo nella gabbia (dopo averla raddrizzata) del cuscinetto i rulli di un altro cuscinetto, oppure in mezzo al deserto del Beluchistan, in Pakistan nel campo petrolifero dove eravamo stati provvisoriamente ospitati dopo un frontale tra Guido (che è riuscito a fare un frontale nel deserto con l’unica macchina incontrata quel giorno) ed una loro jeep, raddrizzare il braccio oscillante del gs piegato nell’incidente utilizzando una benna di una ruspa come pressa e una lastra di acciaio come base e raddrizzare il motore, che nella botta aveva piegato il telaio e non era più in asse, spostando gli spessori dei perni.
Incredibilmente la moto,che da allora in poi si sarebbe chiamata banana sia per il colore che per la forma che aveva assunto dopo l’incidente, funzionava!!!
Mi vengono in mente anche storie divertenti come la spiegazione che Renè diede ai doganieri Iraniani sulla borraccia della Acerbis montata sul manubrio e piena di Stroh (liquore austriaco di 80°) fatto passare per medicinale antitifico (Neotyf) il tutto logicamente in trevigiano,(in Iran è vietato portare alcolici)o quella volta che in India, presa alla rovescia una rotonda fece perdere l’equilibrio ad un lattaio che sulla bicicletta aveva 4 taniche cilindriche due sulla ruota davanti e due su quella dietro, per un totale di almeno 100 litri tutti rovesciati a terra e vista la sua disperazione nel vedere il latte perso ed immaginando le conseguenze derivanti dal mancato guadagno, Renè gli ha messo la mano sulla spalla e guardandolo negli occhi gli ha detto in trevigiano: \”ciò qual seo el problema???\”
L’indiano o sapeva il trevigiano oppure ha capito dal tono di voce l’accondiscendenza di Renè che dopo averlo tranquillizzato e visto che non c’erano altri danni gli ha dato l’equivalente (con gli interessi) della cifra che avrebbe guadagnato vendendo tutto il latte.
Moltissimi sono gli aneddoti che potrei scrivere ma più della sua bravura io adoro la sua attitudine propositiva all’approccio di qualsiasi problema ed anche quando guarda la moto distrutta con l’occhio del chirurgo che deve comunicare ai parenti che il malato è grave lo fa sempre con una percentuale di ottimismo e speranza anche quando le condizioni farebbero propendere per sensazioni opposte.
In moto il problema di Renè è al mattino:la sveglia e la partenza sono due scogli per lui difficilmente superabili, ma poi per fermarlo bisogna sparargli, non è mai stanco e comunque anche dopo centinaia di km quando si ferma attacca bottone con tutti(dopo essersi acceso una cicca).
Adesso sa parlare bene sia il tedesco che l’inglese, ma quando l’ho conosciuto lo parlava come me, cioè male comunque l’ho visto e sentito parlare in trevigiano anche in Iran nel 92 ma la cosa sconvolgente è che anche li in qualche modo lo capivano.
Nei momenti critici un suo sorriso,una sigaretta ed un discorso a volte improbabile o incomprensibile per chi lo ascoltava, hanno risolto la situazione, da vero furbo non fa vedere di esserlo e la sua capacità ad avere un approccio amichevole è rara .Generoso:se ti serve qualcosa e sei lontano basta una telefonata mentre se sei vicino basta uno sguardo.
Questo non significa che sia un bonaccione, anzi non vorrei essere uno che ha problemi con lui.
Lo rivedo anche quando spiega qualcosa, alza un sopracciglio e gesticola con le mani in un certo modo,quando invece guarda in basso e sfugge con lo sguardo c’è qualcosa che non va.
Riempio il bicchiere di prosecco, fresco e frizzante e guardando la cartina geografica del mondo che ho appesa in studio, faccio un brindisi e penso che in un mondo così grande sono stato fortunato a incontrare una persona così.
Per quanto mi riguarda, infatti, Renato Colmagro, detto Renè classe 1964 è un vero personaggio ed io ho la fortuna di volergli bene ed esserne amico. Riempio il bicchiere di nuovo (il prosecco va giù troppo facilmente) e faccio un altro brindisi sorridendo, a te Renè, a me, all’amicizia ed anche a quella bottiglia di prosecco che chissà, magari sarà stata recuperata da qualcuno che la usa ancora oggi, oppure è andata persa nella sabbia o forse è tornata ad essere sabbia nella sabbia, ma quello che ha significato per me è vivo ancora oggi e lo sarà fino a quando anche noi saremo come lei …..sabbia nella sabbia…..penso:ma vaffanculo Albe, con il tuo romanticismo del cavolo, con il tuo modo di pensare finisce sempre sempre così! mai un pò di allegria ??!! cazzo, tutti questi pensieri solo per una bottiglia di prosecco!!??!??
Ma vaff….è finita la pubblicità e sta per iniziare il film, mi bevo il terzo bicchiere e poi metto la bottiglia in frigo e penso, sorridendo di nuovo, che l’importante è avere un bottiglia di prosecco sempre pronta per gli altri come aveva il mio amico Renè…………


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