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Gennaio 10-03-2010 Cose Turche

Cose Turche - Strada per Dogubaiazit - 7 gennaio 1992
Ci sono delle volte che per un caso, mi ritrovo a pensare ad un momento del passato ed ultimamente mi succede sempre più spesso, non perchè di anni e di ricordi ce ne siano molti, ma perchè mi sono accorto di ritrovarmi in una dimensione dove riesco a vedere le cose come se fossero appena accadute anche se sono passati molti anni.
La cosa mi piace, e molto, per cui quando mi capita, mi lascio trasportare da tutto ciò che questi ricordi portano a galla.
A Padova quest’anno la neve è caduta molte volte, oggi è l’Epifania e guardo fuori della finestra la neve che copre i tetti ed i giardini delle case vicine.
Non so perchè ma quando sono solo penso spesso al passato ed a volte mi circonda la tristezza, a volte la nostalgia, a volte invece sorrido al solo ripensare ad un momento vissuto..
Esco in terrazza e sento l’odore della neve. è un odore particolare, unico e se chiudo gli occhi potrei essere in mille altri posti diversi rispetto alla mia terrazza.
Certi odori sono catalogati nella memoria e portano a galla sensazioni e ricordi lontani ed a volte apparentemente dimenticati.
Il Gennaio 1992 vedeva la Turchia coperta di neve e vista l’altitudine sui 2000 metri ed il freddo polare per andare in moto non era certamente il periodo migliore, ma io , Renè, Mauro, Riki e Guido eravamo cosi’ felici che non ci curavamo della neve per terra o del freddo e pensavamo che in India sarebbe stato molto piu’ caldo.
La nostra idea di partire dall’Italia in moto per andare in India allora non era così comune come adesso ed entrare in Iran con la moto in quegli anni era una raritàe comunque attraversare la Turchia d’inverno faceva sembrare l’Elefantentreffen una SPA di un paese esotico.
Dovevamo aspettare almeno le 10 per partire, e dovevamo fermarci circa alle 15/16 per evitare il freddo intenso che dopo una certa ora ghiacciava la neve che ricopriva le strade.
Le statali erano poco frequentate e quando incrociavamo i camionisti, come se fossero tutti d’accordo, ci facevano quel segno internazionale fatto con l’indice della mano destra che tocca ripetutamente la tempia: siete matti???
E forse un pò matti lo eravamo ma pieni di entusiasmo, per cui anche le scivolate, dall’esito sempre minimo come danni, si risolvevano in grandi risate e prese per il sedere.
Ad Erzurum una nevicata pazzesca ci costrinse a fermarci, non si vedeva niente e la strada era diventata pericolosa visto che non c’erano spazzaneve e la neve si stava accumulando rendendo impossibile il transito alle nostre moto.
La serata passata a mangiare e bere guardando fuori la neve che cadeva ci faceva pensare di essere a ad una settimana bianca a Canazei e non in moto in Turchia ma la mattina seguente un sole splendente ed inaspettato ha risvegliato il nostro entusiasmo.
La temperatura più alta ed i camion che passando avevano in qualche modo sciolto la neve sulle strade ci hanno spinto a partire per arrivare a Dogubaiazit.
Siamo partiti percorrendo questa linea più o meno scura di asfalto mentre intorno a noi tutto brillava di un bianco accecante.
La neve caduta la notte era come uno specchio rifrangente ed i camion stracarichi e sottosforzo in salita sparavano un fumo nero e denso che contrastava con il candore della neve.
Era meraviglioso, noi, le nostre emozioni, il nostro entusiasmo, le nostre moto che rombavano nel silenzio.
La solitudine e la pace della natura facevano da contraltare alla dura presenza di militari che, ad ogni incrocio, ogni ponte, ad ogni paese erano presenti in quantità, con carri armati e blindati.
La loro immagine condensava il problema Curdo irrisolto da sempre ma in quegli anni accentuato soprattutto nel bellissimo est che stavamo percorrendo.
Lunghi tratti in salita verso i passi e la seguente discesa erano innevati e la guida con le moto ci faceva rendere protagonisti agli occhi dei camionisti che percorrevano quella strada solamente perchè dovevano lavorare e non capivano il motivo per cui noi fossimo lì in Gennaio con le moto, e quando ci vedevano arrivare sui passi a volte ci applaudivano.
A parte loro e noi non c’era nessun altro.
Un thè bevuto insieme nei bar che sembravano rifugi di montagna, sanciva a volte per mezzo di battute fatte in lingue sconosciute una forma di solidarietà e rispetto altrimenti irrealizzabile o comunque inusuale..
Verso le 14 in un rettilineo una moto dopo avere singhiozzato a lungo si ferma e quindi tutti ci fermiamo per vedere di cosa si tratta.
Il luogo era bellissimo, la giornata splendida, il sole caldo e l’aria frizzante.
Con calma, dopo esserci levati casco sottocasco guanti ecc. circondiamo la moto malata, Renè prepara una cicca fumata osservando il panorama intorno e poi iniziamo con molta calma a cercare il guasto.
Dopo un paio di sigarette vediamo arrivare un convoglio formato da due jeep ed un autoblindo con i militari che erano in piedi tenendo le mitragliere di bordo armate con il colpo in canna, proprio come nei film.
Mentre frenano e si fermano un pò prima e d un pò dopo di noi, da una jeep scende un ufficiale che viene di corsa addirittura con la pistola in mano ed in inglese ci dice che il posto è pericoloso che non ci dobbiamo fermare e ci intima di partire subito.
Gli spieghiamo che una moto non va ed allora lui ci risponde che non è responsabile di noi, di fare in fretta ad andarcene e facendo cenno agli altri agitando la pistola in aria se ne vanno correndo a manetta….
Tutta la scena era durata una minuto, noi ci guardiamo in faccia e mentre Guido ricomincia a cercare il guasto noi ci domandiamo da dove può arrivare il pericolo, visto che ci sono due metri di neve dappertutto intorno a noi a perdita d’occhio.
Sembrava di essere a Passo Rolle dopo una nevicata.
Il nervosismo dell’ufficiale scivola sul nostro ottimismo e decidiamo di farci un thè con il fornellino e fumando l’ennesima sigaretta discutiamo su quanto successo.
Non per incoscienza ma perchè ci sembrava che nulla potesse rovinare quegli attimi, non avevamo paura e i militari non ci avevano trasferito le indicazioni corrette per averne.
Erano momenti di vita meravigliosa vissuti con persone meravigliose, in un luogo meraviglioso e con le nostre moto.
Cosa avrebbe potuto rovinare quell’attimo ?? cosa c’era di più bello??
Mentre sorseggiamo il nostro thè Guido smette di lavorare sulla moto, si rialza e girata la chiave senza dire una parola, avvia la moto al primo colpo, monta e va a fare un giretto senza casco, rompendo il silenzio del luogo con il fragore della marmitta così aperta che si sarebbero potute vedere le valvole.
Era il condensatore della pipetta, una cazzata… La moto girava di nuovo benissimo ed il suo rumore cupo e forte ci sembrava meraviglioso.
Non conoscevo bene Guido, ma il fatto che fosse amico di Renè per me come garanzia bastava ed avanzava, fino ad allora Guido aveva detto si e no 20/30 parole ma la sua perizia e logica nel cercare il guasto mi avevano conquistato.
Festeggiato al suo ritorno, ci fumiamo un’altra cicca mentre metto via pentolino e fornelletto e poi, dopo esserci rivestiti con calma ripartiamo.
In due ore avevamo trovato solo i militari e tre camion ma dopo una mezz’ora, fatta una curva ci appare illuminato dal sole di un tramonto infuocato il cono bianco del monte Ararat nella sua intera bellezza.
Senza volerlo ci siamo fermati e senza scendere dalla moto siamo rimasti a guardare senza parole, nel silenzio di questa splendida natura ammantata di neve questa cartolina che si apriva a i nostri occhi.
In quel momento una sensazione di euforia, gioia e gratitudine si frammentava dentro di noi.
Non c’era più il freddo, non c’era più il rischio di cadere, non c’erano più militari, c’era solo la consapevolezza di vivere un momento unico che non sarebbe più tornato, ma che rappresentava una promessa di viverne altri.
Il benvenuto a Dogubajazit ci viene dato dai carri armati e dagli autoblindo che girano per le strade, allora la cittadina era un piccolo paese proteso verso il palazzo di Ishak Sha Pasha allora completamente in rovina, ed era (ed è) l’ultimo paese prima di entrare in Iran ma era anche in piena zona Curda e qui l’esercito Turco era presente in maniera pesante e molto evidente.
In albergo (lo storico Isfahan Hotel) ci fanno mettere le moto nella hall e ci invitano a non uscire perchè da li a poco sarebbe entrato in vigore il coprifuoco.
Non avendo capito il significato del termine (carfew in Inglese ma noi allora non lo conoscevamo) e spinti dalla curiosità e forse dallo spirito che ci suggerisce sempre di fare a modo nostro, usciamo a camminare per cercare un posto dove mangiare.
Unici turisti, troviamo un ristorantino piccolissimo ma gestito da due simpaticissimi personaggi e dopo aver mangiato e bevuto di tutto insieme a dei locali, usciamo per tornare in albergo.
Le strade sono vuote, visto il coprifuoco, ma le poche persone che comunque passano hanno a tracolla un kalashnikov.
I blindati corrono nelle vie illuminate dalla luna piena, l’aria è fredda, respiriamo questa atmosfera di confine che ci rende euforici, forse anche per i troppi raki, ma sicuramente perchè vivevamo costantemente la sensazione che se la vita che avevamo davanti fosse stata piena di quei momenti sarebbe stata meravigliosa.
Non eravamo sconsiderati, eravamo estasiati dalle sensazioni che provavamo unitamente al fatto che eravamo in viaggio con le nostre moto, vere compagne di avventura e non semplici mezzi meccanici.
Il giorno dopo saremmo entrati in Iran e tutto ci faceva pensare che il viaggio che stavamo facendo sarebbe stato fenomenale.
Le tante cose successe in quel viaggio sono tutte da raccontare, e forse un giorno lo farò perchè sono tutte limpide e chiare dentro di me, ma la sensazione più importante da trasmettere è che sentivo in quei momenti la consapevolezza che, anche se non avessi più rivisto i miei compagni di viaggio, quello che vivevamo insieme ci avrebbe legato per tutta la vita.
Riapro gli occhi e vedo che ha ripreso a nevicare, respiro a fondo l’odore della neve.
Quanti pensieri passano attraverso un respiro, quanti ricordi passano attraverso un odore.
Non ho più visto Guido, non ho più visto Riki, rivedo il loro viso del 1992, non so come siano oggi, se sono più grassi, più magri, con i capelli o senza, non so cosa facciano e che tipo di persona siano diventati, se hanno famiglia, figli, ma so che quando vedranno una strada con la neve ed una moto che passa sorrideranno pensando a quel giorno di quel lontano gennaio del 1992 ed in quel momento, ovunque siano, saremo di nuovo insieme.


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